venerdì, 06 novembre 2009
La notte arriva prima, qui da noi. Nebbia e notte. Lampioni accesi, tutta la strada è illuminata. Sembra che abbiano appeso tutte quelle lucette che, nel periodo natalizio, rimbombano zitte e quasi saltellano...invece sono solo i lampioni accesi. E riesce ad essere grigia pure la notte, a novembre...nel suo nero buio, nero che non si vede proprio un cazzo. Non so, è un nero pesto che sicuramente, a guardarlo bene, è grigio. Però di quei grigi appiccicosi. Tipo l'asfalto.
Non so che pensare con una notte del genere sopra la testa, avrei voglia di sentirla un po' più addosso, un po' più fredda e lieve, avrei voglia di stare a guardarla e ricominciare ad emozionarmi. Sentire che qualcosa si muove.
E poi arriva il rumore di una macchina lucida che scivola, perchè l'asfalto è umido, una macchina lucida di scocca, diretta verso est (è quel che credo) e mi porta via.
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giovedì, 05 novembre 2009
Sei bella nella tua meraviglia,
meravigliosa senza volerlo di un sorriso che mai tarda,
forte del tuo essere fragile creatura alle soglie del sottile, eppure
divenire madre, poi.


...smorfie
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giovedì, 05 novembre 2009
Qui nella stanza di vetro c'è
un padre che dice
una madre che si pecchia nel suo dire
un pensiero mai detto che
da solo, nella stanza di vetro,
si spaventa.
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giovedì, 05 novembre 2009
Ricordo che volevi le mie danze.
Succhiavo bicchieri riempiti a metà soltanto per farmi vedere,
e ti veniva sete dei miei difetti crudi.
Suonava a rilento il respiro.
Tamburi di pelle, le dita.
Era tutto quanto pieno di noi, l'intorno
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mercoledì, 04 novembre 2009

...succede che si affastellano parole incolte, proprio una dietro l'altra con un certo ordine incazzato, proprio una fino all'altra, che quasi si toccano, ma non proprio, si sfiorano e forse nemmeno quello fanno. Tutte quante addosso, con l'educazione dei bifolchi zozzi e crudi, e mi pare di scoppiare dentro il vetro esile di una bolla di silenzio...Che poi ti guardo nuda e bella, e gentile nel tuo usarmi, e audace nel rimanermi qui di fronte, insomma coraggiosa, in un certo modo coraggiosa senza sapermi, se non a livello di pelle e centimetri in più...e ti guardo nel tuo spingerti negli occhi miei, e ci sono miriadi di parole che si arrovellano per compiermi in gola un gran suono (vocali legate che un loro senso ce l'hanno). Esito, con le mani ferme, a guardarti proprio dove tu mi guardi, e decollo in mille pensieri, graziosi pensieri, che non hanno nemmeno uno stralcio di suono,ma soltanto il compimento di un'intesa eccessiva, forse, sacra nella sua immoralità di parroco. Che poi mi guardi nuda e bella,e nemmeno a te verrebbe di far silenzio,e succede che ti chiudi nel mio star zitta, ed io nel tuo indugiare; forse sei un po' stanca, e a fatica, ma con gentile senso, indossi ancora quell'usarmi per bene, e ti addormenti.

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lunedì, 02 novembre 2009
...
È una brezza che fa paura, a pensarci.
Solo a guardala, a tremarci dentro…ci si piega pure a stare in piedi.
Sembri vetro soffiato tanto sei sottile nei respiri, e rinunci a parlare per non sentire freddo. Sai che alcune parole son capaci d’intendere il freddo più di lastre di ghiaccio inamovibile.
Scricchiola legna secca, quasi fosse infastidita. Rimpiango il camino di mio padre.
Accarezzi l’aria, più di quanto questa brezza non faccia con te, e non alzi mai il tuo blu addosso al mio. Nemmeno per difenderti…non hai il coraggio di volerti bene, come quelle musiche che, solo loro, hanno note d’insulso silenzio.
L’innocenza dei piccoli anni potrebbe giovarmi ora, in un qualche modo potrebbe toglierti quel viso sconsacrato, dannatamente fascinoso…eviterei la brezza dei primi albori, sentendoti cristallo tra lenzuola.
Ci sono fotografie sconosciute ad ogni angolo di comodino.
Mettono in soggezione.
È tutto fuori posto in un ordine lavorato.
E tu sei perfetta nel farti male nel tuo cazzo di ordine.
Cado nei fumi di una camomilla appena bollita, mi tolgo dalle tue perfezioni odierne in quella stanza piena solo di letto, ed apro la finestra scema nei suoi meccanismi arrugginiti.
Non son capace di controllarmi in questa brezza, e va a finire che ci cado dentro e ci tremo, e ci ballo insieme, e mi viene paura di averti lasciata troppo in disparte.
postato da: CapelliBlu alle ore 20:39 | Permalink | commenti
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venerdì, 30 ottobre 2009

...divoro divoro, divoro e poi li schianto tutti quanti i sogni che sto per fare, senza pensare di accumularne troppi, senza motivo per guardare dove non c'è spazio...
e voglio i tuoi, voglio i suoi, voglio i miei di occhi, li voglio baciare tutti quanti, li voglio stuzzicare e far cadere e strapparne lo sguardo con le labbra socchiuse...
e voglio la tua, la sua, voglio tutte le pelli che decidono di farmi svenire, tutte quelle i cui profumi mi son nuovi, voglio sapori che non so, stravaganze di straghe e fate...
voglio cercare dove qualcuno ha lasciato; elettrica di mille impulsi, mi fermerei soltanto per stare a guardare dove cadere meglio, mi fermerei solo per sentirmi, sentirti fin qui, quel che si strappa, quel che si crea..
adoro intrufolarmi nel mondo con manie egocentriche e un po' d'infante che mai guariscono...io mai guarirò!vorrei morire svenuta per aver osato guardarlo in faccia il mio sogno!!!

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martedì, 27 ottobre 2009
Come si rompe la musica...
è un cenno lo strappo, eppure il rumore percuote ogni coscienza,
un’assidua cantilena che dondola sul sonno dei corpi.
E’ la festa della notte,
blu color vetro i tuoi occhi che in mille s’infrangono,
mille e più pezzi di sguardi,
e non c’è frastuono che possa sconvolgere ancora,
ancora di più di come, la musica, si spezza.
E’ un fottersi gentile ed ultimo,
pietanza per città grigie;
io rimango ad ascoltarti arrivare, con la pelle arrogante.
Note martellanti si srotolano, una dopo l’altra,
arrendendosi alle fatiche del tempo:
l’eccidio ormai è sanzione…fuma grigio la città.
Carnale baccano m’implori, di solitudine,
piangendo quasi per gioco,
un pianoforte disciolto del suo canto posato.

Le curve s’intrecciano, come a suonarsi i corpi, l’una nell’altra,
si sfiorano in corde che prima, mai, avrebbero osato mischiare.
Vieni in piccoli istanti, sgualcita con strappo,
e non mi rimane che fiato chiuso, un grido sfibrato in gola
e il tuo sapore raccolto.
Rimanimi dentro ancora, mentre musica, a dovere, si straccia.
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giovedì, 22 ottobre 2009
22 ottobre 2009

Stamattina ha piovuto come a volersi rompere, il cielo.
E' venuto giù a pezzetti mirati senza mai smettere.
C'è il prato bagnato, le panchine inumidite, l'asfalto scuro d'acqua; si è proprio sparso a dovere, stamattina.
Mia madre prepara tè caldo e intavola discorsi garbati; è leggero il suo parlare, quasi non lo si ascolta tanta è la facilità del suo scivolar via. Le si perdono le frasi, a volte, tutto qua. Ha lo sguardo dispiaciuto, sembra le sia sfuggita la parola giusta, quella che, da sola, avrebbe potuto riconciliarla con la vita...con il resto, intendo.
Dopo poco, però, si dimentica di averla perduta: questa è la sua salvezza.
Sorido delicatamente; è una donna preziosa mia madre, fragile quanto basta per farsi del male con la sola ingenua irruenza di un sorriso.
E poi c'è questa tazza di te rovente tra le mani, che fuma, fuma via l'aria.
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martedì, 20 ottobre 2009
Ti spedirò cartoline un giorno, da quell’angolo di terra che avrò finalmente trovato; avrò in testa il tuo nome, e il tuo nome soltanto basterà a farmi scrivere rade parole piene di qualcosa che, per ora, non so come si chiami. Aspetterò che faccia sera, che dall’angolo d’asfalto si accendano luci di giostre vicine e lampioni appesi e stanchi, cercando  le lettere migliori da incartare.
Ti scriverei di me, ti scriverei di lei.
Aspetterò la notte, buio soffuso che tace, che gioca a far nere le ombre; poi chiudendo gli occhi e ascoltando un riflesso, un eco sbiadito e flebile e sottile, giocherò a far vivo un ricordo, sentendone da subito il piacere sulla pelle.
Ti scriverei di lei, e di me.
Era come sentirsi perduti, rubati, quasi spiati nelle più intime confessioni; era come non avere più di che respirare, svuotati, stracciati…eppure dentro, in fondo, toccando, era la più limpida felicità che io avessi mai provato. Era come stare nudi sotto chilometri di cielo a guardare ingiù, e sotto avere terra arida soltanto, e polvere…e sentirsi a casa, semplicemente a casa.
Trattengo ancora a stento le lacrime, a immaginarmi il suo sorriso. È così delicato, quasi un fiore, petali di seta a schiudersi lentamente ad ogni risveglio.
Pioveva, e non ricordo di quale città la luce fosse torbida e opaca. Le vetrine si appannavano col respiro della gente, dei tombini, delle macchine, e scivolava caos dappertutto, una macchia d’olio di caos fresco che si diramava tra cappotti e stivali. Pioveva, e non c’era motivo per starsene lì, in piedi, con solo una canottierina verde, un paio di jeans e un ombrello chiuso in mano. Eppure lei ci stava, e se le chiedi, risponde che era bella la pioggia da sentire.
Non c’è molto da spiegare; lo senti quando perdi i pensieri, che poi a cercarli, li ritrovi solo in lei, che poi, a cercarti, ti ritrovi nei suoi occhi. E tutti quei giorni passati a scambiarci le storie, a cambiarne la fine o l’inizio, a ridere di foto sparse sul parquet di casa mescolate a dovere, la sua infanzia e la mia.
E tutte quelle mattine…svegliarci e sapere dello stesso profumo.
Tu l’hai mai provato? Hai mai provato a innamorarti?
Perché altrimenti non puoi capire quello che si sente a guardarla dormire; lì distesa, più vera che mai, abbandonata a chissà quale sogno, con la pelle che si sfiora nella luce…guardarla soltanto, e non avere paure, almeno per quell’attimo.
Starò sotto l’occhio fermo dell’abatjour , in quell’angolo di mondo che di me non si vergogna , scrivendoti di noi, di lei e me, di quel che siamo, di quel che tu non vuoi sapere. So che un giorno ti mancherò, che un giorno sentirai male, e vorrai capire perché accanto non c’è tua figlia.
postato da: CapelliBlu alle ore 14:17 | Permalink | commenti (3)
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