Ti spedirò cartoline un giorno, da quell’angolo di terra che avrò finalmente trovato; avrò in testa il tuo nome, e il tuo nome soltanto basterà a farmi scrivere rade parole piene di qualcosa che, per ora, non so come si chiami. Aspetterò che faccia sera, che dall’angolo d’asfalto si accendano luci di giostre vicine e lampioni appesi e stanchi, cercando le lettere migliori da incartare.
Ti scriverei di me, ti scriverei di lei.
Aspetterò la notte, buio soffuso che tace, che gioca a far nere le ombre; poi chiudendo gli occhi e ascoltando un riflesso, un eco sbiadito e flebile e sottile, giocherò a far vivo un ricordo, sentendone da subito il piacere sulla pelle.
Ti scriverei di lei, e di me.
Era come sentirsi perduti, rubati, quasi spiati nelle più intime confessioni; era come non avere più di che respirare, svuotati, stracciati…eppure dentro, in fondo, toccando, era la più limpida felicità che io avessi mai provato. Era come stare nudi sotto chilometri di cielo a guardare ingiù, e sotto avere terra arida soltanto, e polvere…e sentirsi a casa, semplicemente a casa.
Trattengo ancora a stento le lacrime, a immaginarmi il suo sorriso. È così delicato, quasi un fiore, petali di seta a schiudersi lentamente ad ogni risveglio.
Pioveva, e non ricordo di quale città la luce fosse torbida e opaca. Le vetrine si appannavano col respiro della gente, dei tombini, delle macchine, e scivolava caos dappertutto, una macchia d’olio di caos fresco che si diramava tra cappotti e stivali. Pioveva, e non c’era motivo per starsene lì, in piedi, con solo una canottierina verde, un paio di jeans e un ombrello chiuso in mano. Eppure lei ci stava, e se le chiedi, risponde che era bella la pioggia da sentire.
Non c’è molto da spiegare; lo senti quando perdi i pensieri, che poi a cercarli, li ritrovi solo in lei, che poi, a cercarti, ti ritrovi nei suoi occhi. E tutti quei giorni passati a scambiarci le storie, a cambiarne la fine o l’inizio, a ridere di foto sparse sul parquet di casa mescolate a dovere, la sua infanzia e la mia.
E tutte quelle mattine…svegliarci e sapere dello stesso profumo.
Tu l’hai mai provato? Hai mai provato a innamorarti?
Perché altrimenti non puoi capire quello che si sente a guardarla dormire; lì distesa, più vera che mai, abbandonata a chissà quale sogno, con la pelle che si sfiora nella luce…guardarla soltanto, e non avere paure, almeno per quell’attimo.
Starò sotto l’occhio fermo dell’abatjour , in quell’angolo di mondo che di me non si vergogna , scrivendoti di noi, di lei e me, di quel che siamo, di quel che tu non vuoi sapere. So che un giorno ti mancherò, che un giorno sentirai male, e vorrai capire perché accanto non c’è tua figlia.